Luoghi

"A Cinecittà io non ci abito ma ci vivo. Le mie esperienze, i miei viaggi, le amicizie, incominciano e finiscono nei teatri di posa di Cinecittà".

Rimini, Roma e i luoghi dei suoi film.

Rimini è il paese dove è nato, "una provincia sonnolenta, oppressa e protetta insieme dalla Chiesa e dalla dittatura fascista", così la descrive Fellini ne La mia Rimini (Cappelli, Bologna, 1967). Ma è anche il luogo dei ricordi, quelli dell'infanzia, dell'adolescenza: la scuola, le scorribande con gli amici, il porto, il biliardo, l'amico Bagarone, il cinema Fulgor e il Grand-Hotel: "la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale...le sere d'estate il Grand-Hotel diventava Instambul, Bagdad, Hollywood". E' la Rimini di Amarcord e dei Vitelloni.

"Rimini: una parola fatta di aste, di soldatini in fila. Non riesco a oggettivare. Rimini è un pastrocchio, confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare.

Rimini cos'è? E' una dimensione della memoria (una memoria, tra l'altro, inventata, adulterata, manomessa) su cui ho speculato tanto che è nato in me una sorta di imbarazzo..."

Roma è invece la sua città di adozione, dove si è trasferito nel 1939 e dove è rimasto fino alla fine dei suoi giorni. E' la città che ha dato il via alla sua carriera artistica: dalla collaborazione con il bisettimanale satirico "Marc'Aurelio" all'incontro con il cinema. Roma è l'avanspettacolo, i bordelli, le osterie, il gusto pieno della vita. E' La dolce vita e il Satyricon, e la donna monumentale sul manifesto del film Roma.
Roma è Cinecittà.

"Fellini amava Cinecittà come residenza. Diceva che era il posto ideale per vivere: ancora più vago, provvisorio e neutro d'un albergo. Ricordo certe domeniche - e chi la conosce può immaginare lo squallore d'una domenica a Cinecittà - in cui passavamo la giornata a lavorare, nella palazzina a sinistra subito dopo l'ingresso. L'ambiente era deserto. Le costruzioni anni trenta, d'un razionale piacentiniano non privo di eleganza, erano blocchi d'un quadro di Carrà. Passeggiavamo per i viali, fra statue di cartapesta, spingendoci fino alla grande piscina, dove più tardi Fellini avrebbe girato il passaggio del Rex di Amarcord" (da Il mio Fellini, di Bernardino Zapponi, Marsilio editori, Venezia, 1995).

Quasi tutte le ambientazioni dei suoi film sono nate nei teatri di posa di Cinecittà, in particolare nel teatro 5.

Fellini rifuggiva dai luoghi "veri", perché ogni ambiente doveva avere la sua chiave di lettura, l'angolazione giusta, per questo andava inventato, rivisitato, ricostruito da capo. Lui stesso faceva disegni, preparava modellini, sempre con l'intenzione di trasfigurare la realtà e con il gusto di fingere, di imbrogliare. Basti pensare alla corazzata austriaca di E la nave va vista nel canocchiale, così assurda e deforme, oppure al ponte franato di Toby Dammit, disegnato e progettato in modo da sembrare un teschio. Per il Casanova, Fellini ricostruì la sua Venezia a Cinecittà, con il mare fatto di grandi fogli di plastica scura come quelli usati per l'immondizia. Per i Vitelloni, nel quale ricorre ai suoi ricordi d'infanzia in romagna scelse Ostia, perché diceva:" ...è più Rimini della vera Rimini. Il luogo ripropone Rimini in maniera teatrale, scenografica e, pertanto, innocua. E' il mio paese, quasi pulito, nettato dagli umori viscerali, senza aggressioni e sorprese. Insomma è una ricostruzione scenografica del paese della memoria, nella quale puoi penetrare, come dire? Da turista, senza restare invischiato".

comments powered by Disqus