Cinema

"Il cinema è un modo divino di raccontare la vita e far concorrenza al Padreterno!"

Fellini appartiene al neorealismo: ha collaborato come sceneggiatore e soggettista a film come Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) di Rossellini, che sono considerati i capostipite del cinema neorealista italiano; ma i suoi film si distinguono per uno stile poetico e metafisico che appartiene solo a lui, al suo modo personale di vedere il mondo.

Nei suoi lavori c'è sempre il tentativo di staccarsi da una realtà oggettiva e spingere i personaggi verso dimensioni imprevedibili. Ogni episodio doveva avere una speciale filigrana, una seconda lettura; da cui deriva quella sensazione di eccesso e spaesamento che si prova di fronte ai suoi film.

"Si può fare ben poco, niente, in confronto all'enorme portata dei problemi che ci coinvolgono. Però tutti devono sapere che non sappiamo niente, che il mondo non finisce qui, che il futuro riserva all'umanità non soltanto tragedie ma scoperte letificanti".

Le sue fonti d'ispirazione erano Kafka e il "Corriere dei Piccoli", Chandler Hammett e Simenon, il circo, Charlot, Gadda e Pinocchio, Jung. Gli piaceva l'espressionismo tedesco per quel tanto di "stralunato e crudele: è un movimento che mi ha sempre affascinato, anche per i suoi legami con certe esperienze del surrealismo e che mi è molto congeniale, anch'io penso di fare film d'espressione...perchè tutto è espressione, come nei sogni dove ogni particolare vuole significare qualcosa".

Prediligeva il cinema comico:"il mondo ha più bisogno di una parola di serenità, di conforto",diceva, e Chaplin era il più grande per lui: "è l'avventura stessa del cinema, il mistero del cinema, espressi da un attore comico di circo, cioè dall'attore meglio adatto a familiarizzare con un mezzo fondato sul movimento. Ammirava anche Buster Keaton, per quella sua "imperturbabilità sconcertante" e i fratelli Marx, Stanlio e Ollio.

Tra i registi stimava Bergman: "un vero artista, con quel tanto di vulnerabile, di nevrotico, di patologico, che rappresenta appunto il segno araldico dell'artista", ma anche Orson Welles di cui ammirava quel senso "barocco e avvolgente di fare film, da pittore di soffitti", Hitchcock e Eisenstein. Degli italiani amava Rossellini, del quale conservava un ottimo ricordo: "mi ha insegnato a sdrammatizzare il complesso della macchina da presa...quando si dice neorealismo non ci si può riferire che a lui: solo sua è la capacità di cogliere con la macchina da presa quel tanto di magico e di misterioso che ha la vita, in un modo che diventa naturalmente poesia. Parlava bene anche di Germi, diceva: "è uno serio", e adorava Totò. Dei nuovi registi, invece, salvava solo Nanni Moretti.

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